Dopo nove giorni da quando il terremoto ha distrutto la città, ieri a L’Aquila ha preso vita dal nulla la prima assemblea cittadina. L’idea in realtà è partita da due ragazzi Mattia e Sara e si è sparsa con ogni mezzo - passaparola, sms, web - attraverso quella che è L’Aquila ora, riconfigurata nei campi.
Ci sono un centinaio di persone di età media tra i 25 e i 35 anni. Sono arrivate da vari accampamenti e anche da fuori città in questo parco chiamato “del sole” situato affianco la Basilica di Collemaggio anch’essa colpita dal sisma e non molto lontano da quella Via XX Settembre che il giorno dopo il terremoto sembrava un teatro di guerra; epicentro delle distruzioni più rilevanti e mortali a ridosso del centro storico. Via, che come tutto il cuore della città ora è blindata, nascosta alla sua cittadinanza per motivi di sicurezza.
Ci sono associazioni e collettivi che già operavano sul territorio ma soprattutto tante ragazzi e ragazze a prendere parte a questa assemblea che non può non essere anche elaborazione del lutto che si affianca a una strana sensazione di essere clandestini nella propria città.
Sara, una delle organizzatrici, mi dice che è stato necessario dare spiegazioni e negoziare con Croce Rossa e Protezione Civile per incontrarsi in questo parco dove comunque per ora è stata negata la possibilità di montare un gazebo.
Già perché l’intenzione è proprio questa. Creare un centro di riunione e ri-Creazione, un’ infrastruttura che abbia la funzione sia di grossa bacheca sia di punto di connessione telefonica e web, per e tra tutti i campi.
Così da riiniziare a potersi muovere, agire, coordinare autonomamente nella propria città di fatto militarizzata dall’emergenza per partecipare alla ricostruzione, dal basso.
Giovanni dell’associazione la ciudad mi dice che da ieri grazie al loro lavoro, nei campi di Piazza d’armi, Centicolella, Acqua Santa e ora di Colelmaggio, è attiva la connessione a internet le cui attrezzature sono state fornite dalla zerocould. Una ditta aquilana ci tiene a specificare.
“Prima di tutto siamo contenti di rivederci – inizia Enrico dello Spazio Libero 51 – siamo qui perché al di là di chi ci viene ad aiutare, al di là delle ricette confenzionate, noi rialzeremo la testa e ci penseremo noi a rifare la città, che non abbandoneremo”.
“ Siamo finora stati rappresentati come inermi – continua Sara – ma non è vero. Adesso è il tempo di riprendere la parola. Bisogna staccarsi dalla dinamica che se non percorri tutta la scala gerarchica interna ai campi non si può fare niente. Questa tragedia del terremoto può darci l’opportunità di ricominciare in maniera diversa, più partecipativa sapendo che nessuno ci darà niente, anzi. Dobbiamo strapparcelo affinché anche quei soggetti prima esclusi ora possano partecipare”
Tra gli altri C’è chi come Claudia propone la costituzione di un comitato con nomi importanti anche a livello mediatico, come quello di Saviano - l’altro giorno in città – che legittimato da una raccolta firme, controlli la ricostruzione: “ per non fare in modo che gente con la valigia piena di carte torni a roma con la stessa valigia piena di soldi. Insomma i veri sciacalli che non ruberanno solo un televisore”.
C’è una certa amarezza in merito alla psicosi dello sciacallaggio. Quel sentimento di solidarietà spontaneamente nato dopo il sisma è stato stroncato dall’allarme lanciato da subito, inverosimilmente già alle 8 di lunedì mattina dal capo di Polizia Manganelli.
“ Va anche sottolineato – dice Luigi da sempre attivo in collettivi di sinistra in città – che moltepersone sono state salvate nell’immediato dopo terremoto dai propri vicini, amici, semplici persone che hanno iniziato a scavare a mani nude.
“ Dobbiamo spiegare alla protezione civile carabinieri e quant’altro – dice Stefano - che sono qui per noi, non per braccarci. Devono essere informati che noi siamo qui e ci autoorganizziamo” Ma il terremoto ha amplificato situazioni già gravi in precedenza: “Oggi noi precari di ieri lo siamo due volte- continua Stefano - Bisogna battere sui diritti, dobbiamo chiedere salario sociale per tutti affinché le famiglie più bisognose possano di fatto continuare a vivere fino alla fine dell’emergenza, non in container ma in case di legno”
L’ipotesi della new-town qui è scartata a prescindere. Quello che esce fuori è la volontà di attivarsi e non rimanere in tempi sospesi come sono quelli di adesso affinché L’Aquila alla fine non diventi una no-town.
da Repubblica.it del 16.04.09 di Giuseppe Ferrante

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